In pubblicazione il terzo volume delle lettere di Bianciardi

Dall’Introduzione

  1. La biblioteca Chelliana
    Il primo impegno di lavoro di Bianciardi, più significativo anche dell’insegnamento, pure ricordato con qualche trasporto, consiste nel ruolo di bibliotecario in servizio della rinascita della Chelliana
    (1948), una volta che lo scrittore rientra a Grosseto dopo la guerra. Nella determinazione manifestata, perfino attraverso l’umile lavoro di ripulitura dei libri intrisi di fango a seguito dell’alluvione del 1944, è agevole ravvisare la consapevolezza civile di contribuire così alla rinascita di un Paese trasformato dalle contingenze in un cantiere aperto, magari a compenso dello scacco, sottaciuto ma probabilmente attivo, di non essere stato partigiano per diverso destino biografico. Il compito è sollecitato dalla presunzione di dotare la sua terra di uno strumento essenziale per colmare la lacuna di un’arretratezza storica intollerabile, allo scopo di avviare la nuova stagione della rinascita. Di qui il tentativo di stabilire un rapporto con i colleghi di alta professionalità (Anita Mondolfo, Giovanni Cecchini, Alberto Giraldi, responsabile della Soprintendenza libraria) per garantirsi una divisa tecnica ineccepibile, ad esempio partecipando ai convegni dei bibliotecari, e cercando insistentemente –senza successo– di iscriversi all’Associazione bibliotecaria di riferimento, aIb (a G. Cecchini, 4). Lo zelo del direttore nei confronti del servizio è certificato dall’attenzione
    agli orari di apertura fin dal 1949 (il pubblico locale “non trova mai la porta chiusa”, ad A. Mondolfo, 3) e, per quanto riguarda il pubblico non grossetano, dal carteggio con Dante Isella in cui la disponibilità alla collaborazione è piena, tanto che sarà riconosciuta a stampa dal professore (a D. Isella, 2). Rientra nello stesso disegno l’audacia della sua iniziativa più famosa, il bibliobus, che
    senza essere un’invenzione personale, come ha dimostrato Elisabetta Francioni, costituisce comunque una felice ripresa di strategie operative già sperimentate, per rimanere in Italia, a Cremona e a Modena. Il che nulla toglie, sia chiaro, alla novità dell’impresa, consistente nel favorire l’acquisto dell’autofurgone Lancia 900 Ardea adibito alla bisogna, finanziato con uno stanziamento di un milione e mezzo –per i tempi eccezionale– del Comune di Grosseto, grazie a un sindaco illuminato come Renato Pollini (“La cultura su quattro ruote”, in Bianciardi 2022, I, pp. 295-97).
    Il mezzo è poi fondamentale per dinamizzare l’impegno, consentendo di esternare la diffusione del libro in zone sfavorite. Non per caso la proposta è rivolta subito alla realtà per Bianciardi di
    preminente interesse, cominciando da Montepescali, vertice di un triangolo geografico che con Massa Marittima, capitale delle colline metallifere, si congiunge con Ribolla.
    Meno vistoso, ma tuttavia altrettanto importante, il programma interno alla Chelliana con l’avvio di una serie di conferenze di intellettuali prestigiosi, divenute poi consuetudine duratura, e il
    circolo del cinema, che ha sede nella biblioteca e realizza concretamente il proposito enunciato in “Cultura e gran pubblico”: “Se si vorrà tentare ancora una linea di contatto fra la cultura ed
    il grande pubblico, bisognerà tentarla col cinema” (in Bianciardi 2022, I, p. 19). Il convincimento riaffiora nell’equivalenza stabilita fra registi e letterati, ormai parte di un circuito comunicante,
    tanto che De Sica gli pare “come De Amicis, Visconti come un Verga minore” (“Il cineasta”, ivi, p. 51).
    La milizia sperimentata in biblioteca, va precisato, costituisce l’unica esperienza pratica di una vita spesa in servizio della sua città, visto che per il resto s’impegnerà esclusivamente nella sfera cartacea degli articoli e dei libri, scritti in prima persona o tradotti.
    Si comprende dunque che il ricordo o il rimpianto per quella generosità giovanile ritorni di continuo con una insistenza che qualifica idealmente lo scrittore come bibliotecario in partibus, senza
    ruolo ma in omaggio alla convinzione maturata in gioventù. Non per caso l’immanenza di quella memoria riaffiora di continuo, come certifica la persistente occorrenza di lemmi tecnici ritornanti nei libri e negli articoli che riconducono a quel baricentro: il ritorno del rimosso si coagula nella persuasione di avere vissuto allora “il periodo più bello della sua vita” (vol. II, lett. 5 a G. Rabiti, febbraio 1964).
  2. I professori
    Il carteggio con i professori, per quanto limitato (venti lettere comprese le repliche), costituisce tuttavia la spia del robusto radicamento della formazione di Bianciardi nell’esperienza della
    Scuola Normale. Perché lo scambio epistolare con Russo (una lettera) e Cantimori (sette unità) è alla base delle prime forti prove di scrittura in debutto (“Nascita di uomini democratici”) e sollecita ricordi suggestivi sull’uno e sull’altro protagonista: Professore a capotavola, per Cantimori (in Bianciardi 2022, I, pp. 830-33); Il Gran Priore, per Russo (ivi, pp. 966-69). Emerge insomma il bari
    centro di una formazione fondata su un quadrilatero di protagonisti, che ha in Aldo Capitini, Delio Cantimori, Guido Calogero e Luigi Russo i solidi pilastri. L’intensità di questo rapporto è alla
    base del lavoro del bibliotecario, tanto è vero che nella missiva a Russo Bianciardi non manca di informare di quel ruolo esercitato in provincia, dopo essere stato professore, così come, scrivendo
    a Cantimori, vanta la partecipazione a tredici comizi di Unità popolare (1): quasi a dimostrare che i seminari del professore sul Manifesto di Marx in Normale hanno avuto un esito naturale nel
    la sollecitazione all’impegno diretto. Si tratta dunque di un carteggio sostanzialmente retrospettivo, legato al tempo degli studi pisani, anche se non manca un riflesso dell’esperienza milanese
    nel dialogo con Cantimori, peraltro sintonico viste le antipatie confessate dal professore per la città lombarda
  3. Gli editori
    Al contrario, lo scambio di lettere con gli editori è tutto giocato sull’attualità delle vicende dei libri in composizione. Non pare dubbio che il carteggio più intrigante risulti quello con la casa editrice Laterza –specificato come corrispondenza con i redattori (Fausto Codino e Donato Barbone) e con il titolare, Vito Laterza– anche per la numerosità, quarantacinque lettere, distribuite tra tre mittenti. Intanto è possibile ricostruire, come opportunamente ha provveduto a illustrare Velio Abati, la nascita dei Minatori della Maremma nell’andamento della composizione e nel gioco delle parti del libro a quattro mani tra Bianciardi e Cassola. Soprattutto, dalla parte di Bianciardi, affiora un tentativo di apertura di credito verso l’editore che va oltre l’occasione, per esempio con la proposta di un volume su Milano, in servizio del quale invia perfino uno specimen (19, 27), prova germinale nella linea dei primi due romanzi, qui sviluppata sotto il segno di un’ottica sociologica. Non pare che il tentativo sia andato oltre il primo capitolo, visto che l’impegno si complica con la proposta
    di cooptare Edio Vallini nel ruolo di collaboratore (35), quasi cercando di ripetere per Milano l’esperienza in tandem de I minatori della Maremma con Cassola, anche secondo le stesse modalità per quanto riguarda la richiesta di un finanziamento in corso d’opera. Si potrebbe parlare per questa prosa di Ur-Integrazione e di Ur-Vita agra, insomma di una sosta, per dirla con una metafora
    architettonica, nel vestibolo del romanzo, prima di tentare il genere per lui nuovo, ancora di là da venire, a norma di una svolta che avrebbe implicato la torsione dell’impianto saggistico verso
    l’esito di una fiction da inventare.
    La necessità di illustrare compiutamente il quadro dei rapporti con Laterza impone di commentare velocemente il caso di due saggi di traduzione affidatigli dall’editore, rispettivamente da
    G.D.H. Cole, A History of Socialist Thought, 1953-1962 (36-37) e da D. Mack Smith, Italy: A Modern History, 1959 (38-44), in cui Bianciardi, alle prese con due titoli lontani dalla sua competenza,
    fallisce sorprendentemente le prove. Si deve perciò arrendere ai puntuali rilievi di Barbone ammettendo apertamente la sconfitta: “Riconosco che una figura di bischero peggiore in vita mia non l’avevo mai fatta.”
    Dall’esperienza complessiva preme infine estrarre una confessione a Vito Laterza, in un articolo sotto forma di lettera a proposito dell’uscita de I minatori della Maremma, che rivela uno snodo
    cruciale in via di evoluzione:
    In sostanza, caro Laterza, io sono contento di questo lavoro. Cassola può certo andare oltre, e ci darà un romanzo sui minatori: questa esperienza gli avrà certo servito a chiarirsi una condizione sociale e umana.
    Io non sono scrittore, eppure anche per me questa esperienza non sarà priva di conseguenze: mi ha insegnato un metodo di ricerca e di indagine, ma soprattutto mi ha insegnato che cosa sia la simpatia e l’affetto fra gli uomini.
    Riesce difficile immaginare una rivelazione più esplicita in ordine, diciamo così, a un processo di metamorfosi, conseguita tramite l’esercizio inventivo del lavoro appena concluso. Si può dire
    dunque che i Minatori abbiano contribuito in modo determinante al superamento della linea di faglia della formazione giovanile di Bianciardi, orientata nell’ottica di una carriera di studioso
    prefigurata dalla disciplina della Normale. Si intravede ora, nella contrapposizione formale, il lievito di un miraggio aperto a una vocazione diversa, qui ancora negata, pronta a sbocciare dopo
    appena un anno nell’originale scrittura de Il lavoro culturale. L’autore è ancora in una fase di trasformazione, ma il limbo dell’incertezza è destinato a una rapida evoluzione, stando allo specimen
    del “libro su Milano” inviato a Donato Barbone e ancora sospeso, si è visto, fra ottica sociologica e dinamica narrativa. L’inedito pezzo conferma che il rovello dell’esilio sollecitava ormai uno
    sviluppo narrativo necessario, dislocando l’intolleranza accumulata in un immaginario di taglio romanzesco.
    Il rapporto che si delinea con Bompiani, a parte la vicenda dell’Integrazione di cui si ha notizia però dalle missive con Terrosi (vol. II, lett. 11, 13, 15), è tutto giocato sull’ostinata e debole difesa di un
    presunto diritto a violare l’opzione contrattuale vincolante dopo il primo romanzo, secondo un convincimento ostentato in base al rifiuto, o presunto tale, de La vita agra da parte del consulente
    editoriale Sergio Morando. In realtà era necessario non tentare la via di fuga con Rizzoli, ma confrontarsi con la casa editrice Bompiani, come gli ricorda con insistenza, carte alla mano, Bompiani
    stesso (1, 2, 4), peraltro a sua volta fermo nella richiesta di alcune correzioni interne. Sarà poi un accomodamento successivo fra editori a risolvere l’inghippo, con un accordo che fra l’altro apre
    la strada a una convergenza pubblicitaria fra editori e alla ristampa de La vita agra nella collana I Delfini di Bompiani (5-11).
    Altrettanto difficile risulta il dialogo con Calvino, sempre a proposito de La vita agra, che denuncia senza infingimenti l’incauto comportamento di Bianciardi, peraltro ammesso nelle sue lettere
    a Terrosi, dove si confessa “debole e vigliacco”, per avere “detto sì a tutti. Così quando uscirà il libro finirò in tribunale per spergiuro, e mi metteranno in galera” (21). L’imbarazzata responsiva
    all’einaudiano Calvino conferma l’improntitudine delle promesse, anche se alla fine la scelta di Rizzoli si rivela per buona sorte sagace e fruttuosa.

Nota al testo
Arnaldo Bruni, curatore di quest’opera, ci ha lasciati il 6 ottobre 2025, senza aver potuto dare l’imprimatur finale all’ultima parte di quest’opera.
La redazione di ExCogita ha cercato di colmare questa lacuna, seguendo le sue direttive. L’altra lacuna, il vuoto che Arnaldo ha lasciato dentro di noi, sarà difficile da rimarginare.

Con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze

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