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Chi è Bianciardi

Luciano Bianciardi, primogenito di due figli, nasce a Grosseto il 14 dicembre 1922 da Atide, cassiere della locale Banca Toscana, e Adele Guidi, severa insegnante elementare. Più tardi nasce la secondogenita Laura. La madre fin dai primissimi anni pretende da lui l’eccellenza negli studi, gli fa frequentare corsi di violoncello e di lingue straniere, seguirà poi con scrupolosa attenzione i successi letterari del figlio ormai lontano, compiendo la prima raccolta di memorie. Il padre, che aveva sognato per sé una carriera di ufficiale dell’esercito, educa il figlio all’amore per Garibaldi e a otto anni gli regala I Mille di Giuseppe Bandi, garibaldino di Gavorrano (Grosseto), fondatore del quotidiano livornese “Il Telegrafo”. La famiglia Bianciardi ha recenti ascendenze senesi e Luciano si vanta di un suo avo omonimo, disceso in Maremma per svolgervi la professione di medico.

Conseguita con un anno d’anticipo la maturità classica al Liceo-Ginnasio “Carducci-Ricasoli” di Grosseto, si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Pisa nel novembre 1940. I contatti con gli amici grossetani sono ancora molto vivi e anzi nell’anno scolastico 1941-42 accetta una supplenza di lettere nel liceo classico cittadino dove aveva studiato e dove incontra, tra le sue alunne, la sorella Laura; frequenta soprattutto Mario Terrosi, tipografo e scrittore, comunista, amico fedele di tutta la vita, Tullio Mazzoncini, medio proprietario terriero antifascista, poi segretario del Cnl provinciale e deportato a Dacau, Geno Pampaloni, la cui famiglia d’origine viveva in quel tempo nella cittadina.

Alla fine di gennaio del 1943 viene chiamato alle armi. Dopo alcuni mesi a Stia (AR), dove è allievo ufficiale, deve interrompere ancora, perché il 6 luglio 1943 il VII battaglione d’istruzione di cui fa parte è inviato a Foggia col compito di difesa mobile degli aeroporti. Il 22 luglio assiste al bombardamento di Foggia e al cessato allarme al plotone cui appartiene è dato l’ordine di compiere i primi soccorsi ai feriti e il recupero dei morti. Dopo un periodo di sbandamento seguito all’8 settembre, verso la finde del 1944 si aggrega a un reparto di soldati inglesi, la 508a compagnia nebbiogeni, in qualità d’interprete, al seguito del quale, agli inizi di giugno 1945 si reca a Forlì, dove rimane fino al congedo che lo riporta a Grosseto.

Nel novembre 1945 può riprendere gli studi universitari e li completa in un corso speciale per reduci, voluto alla Normale di Pisa da Luigi Russo. In questo periodo universitario frequenta lo scrittore Carlo Montella, Luigi Blasucci, Umberto Comi, poi divenuto direttore della “Gazzetta” di Livorno, dove usciranno i suoi primi e più numerosi articoli del periodo grossetano, si iscrive al Partito d’Azione e nel febbraio del 1948 si laurea in filosofia sotto la direzione di Guido Calogero con la tesi Il problema del conoscere nel pensiero di John Dewey.

Tornato a Grosseto, il 25 aprile si sposa con Adria Belardi, da cui avrà due figli, nel 1949 Ettore e nel 1955 Luciana. È proprio di questo periodo l’avvio dell’attività intellettuale di Bianciardi. Riceve dal Comune di Grosseto l’incarico di riordinare la biblioteca civica “Chelliana”, gravemente danneggiata dai bombardamenti del 1943 e dall’alluvione dell’anno seguente. Successivamente ne diverrà il direttore, appassionato animatore di iniziative culturali, tra cui l’invenzione del bibliobus, un furgoncino che portava in lettura libri nelle frazioni e nei poderi sparsi. Continua la sua attività di supplente, sia ‘ inglese nella scuola media, sia di filosofia nel suo liceo. Organizza il circolo del cinema cittadino, di cui spesso tiene le conferenze; i film proiettati sono quelli del neorealismo italiano, film dell’est europeo, western, documentari della scuola inglese. Avvia un intenso sodalizio intellettuale con Carlo Cassola, che porta ad alcune pubblicazioni comuni e poi, nel 1956, alla sua prima opera in volume, firmata con l’amico, per la casa editrice Laterza: I minatori della Maremma. Sempre in questo periodo prende avvio la pubblicazione su giornali e periodici quali “La Gazzetta”, “Avanti!”, “Il Contemporaneo”, “L’Automobile”, “Comunità”, “Nuovi Argomenti”, “Belfagor”. Gli interessi dell’intellettuale e del giornalista di questo periodo sono eminentemente culturali e sociali, fortemente legati al territorio maremmano, appassionatamente e polemicamente guardato dalla parte dei minatori e delle classi subalterne.

Alla fine di giugno del 1954, Bianciardi emigra a Milano per lavorare come redattore della casa editrice che stava facendo nascere Giangiacomo Feltrinelli, a cui era stato consigliato da Gaetano Trombadori e Carlo Salinari, direttori del “Contemporaneo”, cui Bianciardi aveva collaborato con Cassola sin dal primo numero. Tra le sue attività di redattore in casa editrice quella che maggiormente riceve un’impronta bianciardiana è la collana grigia “Scrittori d’oggi”, dove, nel breve tempo che vi lavorò, compaiono due scrittori grossetani come Mario Terrosi e  Caro Cassola, e un racconto d’ambientazione orbetellana come Prima di giorno di Ottavio Cecchi. Alla Feltrinelli incontra Giampiero Brega, Valerio Riva, Luigi Diemoz, Fabrizio Onofri. Comincia anche a collaborare alla rivista “Cinema Nuovo” di Guido Aristarco e all’“Unità”. Ma nell’ultimo scorcio del 1957 è licenziato da Feltrinelli, per le sue difficoltà ad adattarsi agli orari e allo stile di un lavoro che sentiva troppo burocratizzato.

La professione con cui guadagna di che vivere e che lo accompagnerà per tutta la vita diviene così quella di traduttore. Alla fine della sua breve vita le traduzioni saranno oltre cento, prevalentemente dall’inglese, ma anche dal francese. Traduce di tutto, dalla manualistica a saggi storici a testi divulgativi, e poi romanzi e racconti, spesso coadiuvato dalla sua nuova compagna, la poetessa e narratrice Maria Jatosti, con la quale nel 1958 ha il figlio Marcello. Importante è la sua opera di traduzione dalla letteratura americana, avendo tradotto nel 1961 l’antologia Narratori della “generazione alienata”. Beat generation and Angry young men, e poi autori come Henry Miller, Saul Bellow, Jack London, William Faulkner, John Steinbeck, Richard Brautigan.

Contemporaneamente pubblica racconti e romanzi propri, tra cui La vita agra, del 1962, che per primo e più di altri gli ha dato notorietà. Questo e altri, come Il lavoro culturale (1957), L’integrazione (1960), Aprire il fuoco (1969), Viaggio in Barberia (1969) hanno forti agganci autobiografici. Altri, invece, come Da Quarto a Torino. Breve storia dei Mille (1960), La battaglia soda (1964), Daghela avanti un passo! (1969) si collocano sul filone della passione garibaldina, che aveva avuto un precoce frutto nella cura della riedizione dei Mille da Genova a Capua del Bandi (1961). Su questo versante è mosso da interessi tra il letterario, come nel caso del romanzo La battaglia soda, e lo storico-divulgativo, che si fa spiccato negli altri e nel postumo Garibaldi (1972). Sempre su un versante didattico-divulgativo è da segnalare la cura di antologie per la scuola media: Pagine e idee, con Renata Luraschi e Sergio Musitelli (1969) e Azimut, con Domenico Manzella (1971).

Intensa e senza soste la collaborazione a giornali, con articoli di costume, di sport, e soprattutto di critica televisiva e cinematografica, pubblicati su giornali quali “L’Unità”, “Il Giorno”, “Le Ore”, “ABC”, “L’Europeo”, “Playmen”, “Guerin Sportivo”. Nel cinema, oltre a seguire le riprese del film La vita agra, da Lizzani tratto dal romanzo omonimo, collabora come soggettista e sceneggiatore con il regista Ermanno Olmi,  mentre con lo scrittore Giorgio Cesarano scrive la serie televisiva I Nicotera (1968). Con Enrico Vaime aveva invece scritto la commedia radiofonica Come una grande famiglia (1964).

Bianciardi è scrittore pungentemente satirico e autoironico, sollecitato da un urgente afflato morale che l’ha sempre spinto a prendere posizione rispetto alle condizioni, ai costumi, ai tic che vedeva intorno a sé, facendolo con uno slancio generoso che gli è costato tre processi: uno intentato dall’ex minatore Otello Tacconi, per l’atteggiamento ribellistico assegnatogli nella Vita agra e da questi giudicato eccessivo; uno da un artigiano che si sente offeso dalla parodia che sempre nella Vita agra si compie della sua parlata settentrionale; e uno provocato da un lettore perché scandalizzato dall’esplicitezza di un racconto come La solita zuppa. Il primo processo termina per decesso del querelante, il secondo lo perde e l’editore e è costretto a ritirare le copie in commercio e stampare un’altra edizione emendata del breve episodio, nel terzo è invece assolto, con sentenza del tribunale di Varese presieduto da Vincenzo Rovello, processo nel quale tra gli altri era stato chiamato a produrre un’expertise Umberto Eco. Ma al di là di questi episodi penali, Bianciardi sente che il bersaglio della sua critica lungi dal sentirsi colpito, lo acclama e lo chiede nei salotti, tanto che dopo l’acquisto della casa a Sant’Anna di Rapallo nel 1964, vivrà sempre più a lungo nella cittadina ligure.

La sua spinta morale e polemica non è però mai separata da un forte sentimento della comunità, dell’amicizia, spesso vissuto con nostalgia per i rinnovati esili cui si costringe. La indicano sia le dediche dei libri che la comparsa degli amici nelle vesti di personaggi delle opere che scrive. Letterati come Oreste Del Buono o Lucio Mastronardi, fotografi come Mario Dondero, Ugo Mulas e Carlo Bavagnoli, uomini e donne dello spettacolo come Enzo Jannacci, Walter Chiari, Paolo Villaggio, Maria Monti, uomini della cultura e della politica come Adalberto Minucci e Carlo Ripa di Meana, uomini dello sport, minatori, artigiani.

Muore a Milano, di cirrosi epatica, il 14 novembre 1971

Pagina aggiornata al aprile, 2008

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