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FONDAZIONE
LUCIANO
BIANCIARDI
Via De Pretis 32-34
58100 Grosseto Tel. 0564 383794 Fax 0564 412732
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FONDAZIONE LUCIANO
BIANCIARDI
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Via De Pretis 32-34 * 58100 Grosseto tel. 0564 383794 - fax 0564 412732
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Chi è
Bianciardi
Luciano
Bianciardi, primogenito di due figli, nasce a Grosseto il 14 dicembre
1922 da Atide, cassiere della locale Banca Toscana, e Adele Guidi,
severa insegnante elementare. Più tardi nasce la secondogenita Laura.
La madre fin dai primissimi anni pretende da lui l’eccellenza negli
studi, gli fa frequentare corsi di violoncello e di lingue straniere,
seguirà poi con scrupolosa attenzione i successi letterari del figlio
ormai lontano, compiendo la prima raccolta di memorie. Il padre, che
aveva sognato per sé una carriera di ufficiale dell’esercito, educa
il figlio all’amore per Garibaldi e a otto anni gli regala I Mille di Giuseppe Bandi, garibaldino di Gavorrano (Grosseto),
fondatore del quotidiano livornese “Il Telegrafo”. La famiglia Bianciardi ha recenti ascendenze senesi e Luciano si
vanta di un suo avo omonimo, disceso in Maremma per svolgervi la
professione di medico.
Conseguita
con un anno d’anticipo la maturità classica al Liceo-Ginnasio
“Carducci-Ricasoli” di Grosseto, si iscrive alla Facoltà di
Lettere e Filosofia dell’Università di Pisa nel novembre 1940. I
contatti con gli amici grossetani sono ancora molto vivi e anzi
nell’anno scolastico 1941-42 accetta una supplenza di lettere nel
liceo classico cittadino dove aveva studiato e dove incontra, tra le
sue alunne, la sorella Laura; frequenta soprattutto Mario Terrosi,
tipografo e scrittore, comunista, amico fedele di tutta la vita,
Tullio Mazzoncini, medio proprietario terriero antifascista, poi
segretario del Cnl provinciale e deportato a Dacau, Geno Pampaloni, la
cui famiglia d’origine viveva in quel tempo nella cittadina.
Alla
fine di gennaio del 1943 viene chiamato alle armi. Dopo alcuni mesi a
Stia (AR), dove è allievo ufficiale, deve interrompere ancora, perché
il 6 luglio 1943 il VII battaglione d’istruzione di cui fa parte è
inviato a Foggia col compito di difesa mobile degli aeroporti. Il 22
luglio assiste al bombardamento di Foggia e al cessato allarme al
plotone cui appartiene è dato l’ordine di compiere i primi soccorsi
ai feriti e il recupero dei morti. Dopo un periodo di sbandamento
seguito all’8 settembre, verso la finde del 1944 si aggrega a un
reparto di soldati inglesi, la 508a compagnia nebbiogeni,
in qualità d’interprete, al seguito del quale, agli inizi di giugno
1945 si reca a Forlì, dove rimane fino al congedo che lo riporta a
Grosseto.
Nel
novembre 1945 può riprendere gli studi universitari e li completa in
un corso speciale per reduci, voluto alla Normale di Pisa da Luigi
Russo. In questo periodo universitario frequenta lo scrittore Carlo
Montella, Luigi Blasucci, Umberto Comi, poi divenuto direttore della
“Gazzetta” di Livorno, dove usciranno i suoi primi e più numerosi
articoli del periodo grossetano, si iscrive al Partito d’Azione e
nel febbraio del 1948 si laurea in filosofia sotto la direzione di
Guido Calogero con la tesi Il
problema del conoscere nel pensiero di John Dewey.
Tornato
a Grosseto, il 25 aprile si sposa con Adria Belardi, da cui avrà due
figli, nel 1949 Ettore e nel 1955 Luciana. È proprio di questo
periodo l’avvio dell’attività intellettuale di Bianciardi. Riceve
dal Comune di Grosseto l’incarico di riordinare la biblioteca civica
“Chelliana”, gravemente danneggiata dai bombardamenti del 1943 e
dall’alluvione dell’anno seguente. Successivamente ne diverrà il
direttore, appassionato animatore di iniziative culturali, tra cui
l’invenzione del bibliobus, un furgoncino che portava in lettura
libri nelle frazioni e nei poderi sparsi. Continua la sua attività di
supplente, sia ‘ inglese nella scuola media, sia di filosofia nel
suo liceo. Organizza il circolo del cinema cittadino, di cui spesso
tiene le conferenze; i film proiettati sono quelli del neorealismo
italiano, film dell’est europeo, western, documentari della scuola
inglese. Avvia un intenso sodalizio intellettuale con Carlo Cassola,
che porta ad alcune pubblicazioni comuni e poi, nel 1956, alla sua
prima opera in volume, firmata con l’amico, per la casa editrice
Laterza: I minatori della Maremma. Sempre in questo periodo prende avvio la
pubblicazione su giornali e periodici quali “La Gazzetta”,
“Avanti!”, “Il Contemporaneo”, “L’Automobile”,
“Comunità”, “Nuovi Argomenti”, “Belfagor”. Gli interessi
dell’intellettuale e del giornalista di questo periodo sono
eminentemente culturali e sociali, fortemente legati al territorio
maremmano, appassionatamente e polemicamente guardato dalla parte dei
minatori e delle classi subalterne.
Alla
fine di giugno del 1954, Bianciardi emigra a Milano per lavorare come
redattore della casa editrice che stava facendo nascere Giangiacomo
Feltrinelli, a cui era stato consigliato da Gaetano Trombadori e Carlo
Salinari, direttori del “Contemporaneo”, cui Bianciardi aveva
collaborato con Cassola sin dal primo numero. Tra le sue attività di
redattore in casa editrice quella che maggiormente riceve
un’impronta bianciardiana è la collana grigia “Scrittori
d’oggi”, dove, nel breve tempo che vi lavorò, compaiono due
scrittori grossetani come Mario Terrosi e Caro Cassola, e un
racconto d’ambientazione orbetellana come Prima
di giorno di Ottavio Cecchi. Alla Feltrinelli incontra Giampiero
Brega, Valerio Riva, Luigi Diemoz, Fabrizio Onofri. Comincia anche a
collaborare alla rivista “Cinema Nuovo” di Guido Aristarco e
all’“Unità”. Ma nell’ultimo scorcio del 1957 è licenziato da
Feltrinelli, per le sue difficoltà ad adattarsi agli orari e allo
stile di un lavoro che sentiva troppo burocratizzato.
La
professione con cui guadagna di che vivere e che lo accompagnerà per
tutta la vita diviene così quella di traduttore. Alla fine della sua
breve vita le traduzioni saranno oltre cento, prevalentemente
dall’inglese, ma anche dal francese. Traduce di tutto, dalla
manualistica a saggi storici a testi divulgativi, e poi romanzi e
racconti, spesso coadiuvato dalla sua nuova compagna, la poetessa e
narratrice Maria Jatosti, con la quale nel 1958 ha il figlio Marcello.
Importante è la sua opera di traduzione dalla letteratura americana,
avendo tradotto nel 1961 l’antologia Narratori
della “generazione alienata”. Beat generation and Angry young men,
e poi autori come Henry Miller, Saul Bellow, Jack London, William
Faulkner, John Steinbeck, Richard Brautigan.
Contemporaneamente
pubblica racconti e romanzi propri, tra cui La
vita agra, del 1962, che per primo e più di altri gli ha dato
notorietà. Questo e altri, come Il
lavoro culturale (1957), L’integrazione
(1960), Aprire il fuoco
(1969), Viaggio in Barberia
(1969) hanno forti agganci autobiografici. Altri, invece, come Da
Quarto a Torino. Breve storia dei Mille (1960), La battaglia soda (1964), Daghela
avanti un passo! (1969) si collocano sul filone della passione
garibaldina, che aveva avuto un precoce frutto nella cura della
riedizione dei Mille da Genova a
Capua del Bandi (1961).
Su questo versante è mosso da interessi tra il letterario, come nel
caso del romanzo La battaglia
soda, e lo storico-divulgativo, che si fa spiccato negli altri e
nel postumo Garibaldi
(1972). Sempre su un versante didattico-divulgativo è da segnalare la
cura di antologie per la scuola media: Pagine
e idee, con Renata Luraschi e Sergio Musitelli (1969) e Azimut,
con Domenico Manzella (1971).
Intensa
e senza soste la collaborazione a giornali, con articoli di costume,
di sport, e soprattutto di critica televisiva e cinematografica,
pubblicati su giornali quali “L’Unità”, “Il Giorno”, “Le
Ore”, “ABC”, “L’Europeo”, “Playmen”, “Guerin
Sportivo”. Nel cinema, oltre a seguire le riprese del film La
vita agra, da Lizzani tratto dal romanzo omonimo, collabora come
soggettista e sceneggiatore con il regista Ermanno Olmi, mentre
con lo scrittore Giorgio Cesarano scrive la serie televisiva I
Nicotera (1968). Con Enrico Vaime aveva invece scritto la commedia
radiofonica Come una grande famiglia (1964).
Bianciardi
è scrittore pungentemente satirico e autoironico, sollecitato da un
urgente afflato morale che l’ha sempre spinto a prendere posizione
rispetto alle condizioni, ai costumi, ai tic che vedeva intorno a sé,
facendolo con uno slancio generoso che gli è costato tre processi:
uno intentato dall’ex minatore Otello Tacconi, per l’atteggiamento
ribellistico assegnatogli nella Vita agra e da questi giudicato eccessivo; uno da un artigiano che
si sente offeso dalla parodia che sempre nella Vita agra si compie della sua parlata settentrionale; e uno
provocato da un lettore perché scandalizzato dall’esplicitezza di
un racconto come La solita zuppa.
Il primo processo termina per decesso del querelante, il secondo lo
perde e l’editore e è costretto a ritirare le copie in commercio e
stampare un’altra edizione emendata del breve episodio, nel terzo è
invece assolto, con sentenza del tribunale di Varese presieduto da
Vincenzo Rovello, processo nel quale tra gli altri era stato chiamato
a produrre un’expertise Umberto Eco.
Ma al di là di questi episodi penali, Bianciardi sente che il
bersaglio della sua critica lungi dal sentirsi colpito, lo acclama e
lo chiede nei salotti, tanto che dopo l’acquisto della casa a
Sant’Anna di Rapallo nel 1964, vivrà sempre più a lungo nella
cittadina ligure.
La
sua spinta morale e polemica non è però mai separata da un forte
sentimento della comunità, dell’amicizia, spesso vissuto con
nostalgia per i rinnovati esili cui si costringe. La indicano sia le
dediche dei libri che la comparsa degli amici nelle vesti di
personaggi delle opere che scrive. Letterati come Oreste Del Buono o
Lucio Mastronardi, fotografi come Mario Dondero, Ugo Mulas e Carlo
Bavagnoli, uomini e donne dello spettacolo come Enzo Jannacci, Walter
Chiari, Paolo Villaggio, Maria Monti, uomini della cultura e della
politica come Adalberto Minucci e Carlo Ripa di Meana, uomini dello
sport, minatori, artigiani.
Muore a Milano, di cirrosi epatica, il 14 novembre 1971
Pagina aggiornata al
aprile, 2008
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